Statuti

 

Purtroppo, come si è già accennato, il primo volume delle risoluzioni consiliari, contenente i capitoli originari, andò distrutto in un incendio provocato da giovani urbinati, eccessivamente euforici, durante i festeggiamenti per la nomina di Guidubaldo II della Rovere a governatore generale delle armi della Serenissima Repubblica di Venezia nel 1546 [1]; frequenti sono i riferimenti all'episodio, ricordato con precisione nel più antico libro delle risoluzioni attualmente conservato, che, come si è visto sopra, è certamente il secondo della serie:

 

Adì xx di giugno 1551. (omissis) Messer Giulio Foschiero preposto levatosi in pie' disse Signori poi che per mala ventura il libro Antico di detta Capella nel quale erano gli Capituli et ordinationj fatte a beneficio d'essa Capella fosse abruciato al tempo che l'Illustrissimo et Eccellentissimo signor Duca Guidubaldo fu creato Governator generale della Serenissima Signoria di Venetia, il quale libro era nella cassa dei libri del danno dato d'Urbino, gli quali da un furor giovanile insieme con gl'altri libri delle Comtemnationi fiscali, furono abruciati sprovistamente, e senza riparo. Il qual libro era in mano di ser Horatio Giordano, all'hora notaro del danno dato e di detta Capella. Però sarebbe buono di rifar detti Capituli acciò non s'andasse, e, non si vivesse in incerto. Così sopraciò fatta matura discussione fu ordinato che dicto Messer Giulio preposto, e messer Giovanni Baptista Ciurelli, Vicario di Capitolo, come huomini informati dei Capituli antichi havessero à rifar detti Capituli, dopo questo ogn'uno si andò per il suo viaggio. Horatio Giordano notario rogato [2].

 

Non sappiamo se i «Capituli antichi» furono mai ripristinati, come si era deciso nella riunione del 20 giugno 1551; in ogni caso, Guidubaldo II inviò il suo segretario Giacomo Angeli al consiglio del 12 ottobre 1556, affinché provvedesse senza alcuna remora a far approvare una nuova regolamentazione dell'istituto da lui proposta, o imposta (doc. 1). Questa garantiva un notevole controllo da parte del duca, grazie alla presenza di ben sei consiglieri a vita di elezione ducale, che sicuramente controbilanciavano l'influenza dei quattro religiosi presenti di diritto nel consiglio assieme ai quattro priori della città.

Le nuove regole non furono accettate seduta stante; solo nella riunione generale del 10 gennaio 1557 furono approvate dai rappresentanti della Cappella senza alcuna discussione, che probabilmente sarebbe stata superflua:

 

Nel Nome d'Iddio congregati nella Sagrestia loco solito gl'infrascritti. Prima dal detto signor Luogotenente furono a detti Consiglieri // (e. 29v) presentati gl'ordini novamente fatti da Sua Eccellenza come di sopra qui registrati nel presente libro e concesso che fussero alla presenza de lor Signori letti, e così per me notaro infrascritto furono di nuovo letti e publicati, e detto signor Luogotenente cominciò a dire che mente di Sua Eccellenza era che fussero mandati ad effetto, e così da tutti fu concluso e risoluto che s'esequissero. Ma per elettione delli sei cittadini perpetui come in detti Capituli furono da tutti li sopranominati a voce eletti li infrascritti delli quali Sua Eccellenza ne elegga sei a modo suo e prima: Gentile Veterani allora Confaloniere, Federico Pucci, Antonio Gallo, Francesco Gerio, Francesco delli Arcangeli, Felice Guiducci, Guido Bonaventura, Antonio Gionco, Piero Corbulo, Nicolao Alberto, Raffaelle Staccolo, Francesco Guiducci, Vincenzo Bartholino, Antonio Colocci, Ludovico Anniballi, Bartolo del Papa, Pietro Genga, Benedetto Bonaventura, Piero Giordano, Marco Mazante, Nicolò Cecci, Federico Lante, Giovanni Francesco Corbulo, Roberto Santucci, Giovanni Baptista Ciarla, Zacaria Orselli. [3].

 

Forse i consiglieri cercarono di opporre una sia pur debole resistenza al precetto ducale, ma, dopo aver temporeggiato, non poterono far altro che proporre una rosa di candidati fra i quali scegliere i sei consiglieri a vita.

Le interferenze di Guidubaldo II nella vita amministrativa del ducato erano pratica corrente, ma nel caso della Cappella esse minacciavano addirittura l'autonomia dell'istituto. Il duca, infatti, non tralasciava alcuna occasione per manifestare il proprio orientamento su ogni questione, orientamento che non poteva certo essere disatteso. Basta scorrere le delibere consiliari per veder ricorrere tali interferenze sotto forma di lettere che il duca scriveva al Consiglio raccomandando di eseguire le sue disposizioni o di deliberare secondo i suoi propositi; si salvava così, almeno apparentemente, l'autonomia consiliare, ma in realtà, era il duca che sceglieva i cantori e ne stabiliva i salari [4], approvava la nomina dei consiglieri [5], ed infine esercitava un vero e proprio controllo contabile [6]. Ai consiglieri probabilmente altro non restava che adeguarsi: nel consiglio del 1 luglio 1557 si delibera:

 

... che si debba informare Sua Eccellenza dell'entrate et uscite d'essa Capella, et commisero al Massaro che gli facesse un foglio dell'intrate et l'altro delle spese, acciò se fosse stata mal informata quella del tutto si habbia buona informatione et sia fatta capace del tutto ... [7]

 

Probabilmente ai consiglieri della Cappella non era molto gradita una sorveglianza così puntuale, tanto che nel consiglio del 3 giugno 1557 si impegnarono sotto giuramento a non riferire fuori dalle congregazioni alcun discorso fatto nelle assemblee, al fine di garantire una maggiore libertà di espressione:

 

... et acciò ch'ogni homo potesse liberamente dire il suo parere, e non fusse manifestato fuori quello si raggionava, e per l'avenir se raggionarà, tutti giurarono di non manifestare né propalare alcuna cosa che se decesse in quel loco, et commisero che tal fundamento si desse a quelli che sono deputati al governo di detta Capella che non erano al'hora li presenti ...[8]

 

In ogni caso, l'ordinamento approvato nel 1557 non ebbe molta fortuna: nel 1559 gli Statuta Civitatis Urbini, alla rubrica LI De officialibus Societatis Sanctissimi Corporis Christi in Ecclesia Cathedrali, presentano un ordinamento alquanto diverso, probabilmente esemplato sugli statuti originari (doc. 2) [9]. Il consiglio non risulta più composto da diciotto ma da ventiquattro membri, fra i quali rientravano di diritto i quattro priori della città e tre prelati, cioè il vescovo, il proposto e l'arcidiacono; il primo canonico del Capitolo, non più consigliere di diritto, poteva sostituire uno degli ultimi due prelati. I restanti diciassette consiglieri dovevano essere sorteggiati ogni anno fra i confratelli della Società. Il consiglio così composto doveva poi eleggere gli ufficiali, cioè un sindaco, scelto fra i canonici del vescovado, un avvocato, un procuratore e un notaio; il massaro, al contrario, veniva sorteggiato da una rosa di venti nomi proposti dai consiglieri.

Gli statuti urbinati stabilivano anche una serie di obblighi degli ufficiali e del massaro, ma con indicazioni alquanto approssimative. Una regolamentazione precisa e definitiva si ebbe solo con i capitoli emanati da Francesco Maria II della Rovere (doc. 3) [10]. Una delle prime preoccupazioni del nuovo duca fu, infatti, quella,di stabilire un preciso ordinamento per la Cappella, tanto che invitò i consiglieri a preparare un nuovo statuto. Nel consiglio del 13 gennaio 1580 ai consiglieri

 

... tutti quanti intelligenti et audienti il Signor Preposto predetto lesse et publicò li capitoli di essa capella novamente fatti a capitolo per capitolo come nel loro originale appare, li quali Signori tutti a uno per uno, et il primo fu il Signor Illustrissimo Arcivescovo, giurorno in mano di me medesimo in prejuditio de l'anime loro osservare ad ungue detti capitoli ... [11]

 

Quindi, fu chiesta l'approvazione al duca, che la concesse il 24 settembre 1583. Ma, una volta approvati, i capitoli non vennero applicati così tranquillamente come ci si sarebbe potuto aspettare: durante la seduta del 23 ottobre 1583 l'Arcivescovo e gli altri prelati protestarono vivacemente tanto da abbandonare il consiglio [12]. I motivi del dissidio non sono del tutto chiari; forse Francesco Maria II, nel capitolo II, aveva affermato in maniera fin troppo decisa l'autorità ducale sull'istituto. In ogni caso egli ebbe modo di ribadirla, appena due mesi dopo, in occasione di una vertenza con l'arcivescovo Giannotti, sorta a proposito della celebrazione di alcune messe [13]. In effetti, leggendo la lettera indirizzata dal duca al Luogotenente di Urbino, e soprattutto le dettagliate istruzioni sull'aspetto giuridico della controversia (docc. 4 e 5), nasce il sospetto che il duca intendesse cogliere questa occasione per ridimensionare un atteggiamento troppo invadente del vescovo, forse ispirato dal Concilio di Trento, e riaffermare tutta l'autorità ducale sull'istituto tanto beneficato dai suoi antenati [14].

E' naturale che l'istituzione, fondata nella Cattedrale e con finalità di culto, ma contemporaneamente amministratrice di una delle più importanti attività industriali del ducato, suscitasse contrasti fra l'autorità laica e quella ecclesiastica. Il problema è perfettamente riassunto nelle parole di monsignor Marelli; in occasione della sua visita pastorale egli afferma:

 

Fuerit necne canonice erecta haec Societas penitus ignoratur. Affermativam arguit Aggregatio habita ad Arciconfraternitatem S. Mariae supra Minervam, de qua dictum est, atque aegre potuisse coadunari Societatem in Metropolitana, seu Cathedrali sine auctoritate Ordinarii; et certe ex interesentia Ordinariorum ad Societatis Consilia implicitam saltem haberi approbationem continuatam. Nullam // (e. 5ìr) autem notitiam expresse erectionis haberi ob conflagrationem librorum, de qua dictum est, nihilominus negativa praevalere videtur, quod nullibi habeatur erectionis expresse indicata notitia, Ordinarios autem interfuisse Consiliis non tamquam Ordinarios, sed uti Consiliarios; et quidem tum ut saniora Consilia prò obsequio Venerabilis promoverent, tum ut Ducum imperiis obsecon-darent; fuisse propterea tantumodo hanc Societatem corpus delectum in administrationem honorum a Serenissimis Ducibus collatorum, et certe in hac Societate nulla reperiuntur opera pietatis exercita praeter injuncta ad-ducet Legatis. Nulla Capitula circumferuntur alia quam quae Ducibus ap-probantibus, sibi fecit, iisdemque concrematis, alia Capitula sibi non expe-tivit quam quae a Serenissimo Duce sibi approbata fuerunt in haec verba: Capitoli della Capella del SS. Corpo di Christo nell'Arcivescovado di Urbino fatti nel 1580 [15].

 

Dopo l'estinzione dei Della Rovere e la devoluzione del ducato alla Santa Sede non avvennero modifiche statutarie di rilievo, ma è logico supporre che le autorità ecclesiastiche acquisissero una autorità via via crescente sull'istituto.  A conclusione di questo processo, nel 1714, il Cardinal Sanvitali, arcivescovo di Urbino, modificò il numero dei consiglieri, come ci riferisce monsignor Marelli negli atti della sua visita pastorale:

 

... et hoc modo continuatum est usque ad diem 10 novembris 1714 cum placuit Eminentissimo Sanvitale novam rationem inire horum Consiliariorum constituendorum, et renuntiatione a singulis facta habitae Depu-tationis, firmatum est ut praeter Illustrissimum Archiepiscopum, impe-rantes Dignitates, seu Canonicos, Confalonerium cum Prioribus, duodecim Deputati Mensales, quorum singuli spatio quatuor mensium praesiderent iuxta sortem initio quatuor annorum extrahendam, votis eligerentur; et insuper tres alii Supranumerarii, qui voto potirentur, sed Mensales non essent, nisi cum aliquis ex Numerarijs defecisset, primo Supranumerario tunc munus ineunte statim absque alijs suffragiis. Hi autem perpetui ut essent omnes, dum vita superesset, decrevit, ut ad praesens servatur ...[16].

 

Il consiglio conservò questa composizione fino al 1864 quando, in occasione della generale ristrutturazione di tutti gli enti ecclesiastici seguita all'unità d'Italia, fu sciolto e, con decreto del 17 settembre 1864, Federico Gramantieri Veterani fu nominato Delegato straordinario   per   la   provvisoria   amministrazione   dell'ente [17],   in attesa della compilazione di un nuovo statuto, approvato poi con R.D. 20 marzo 1865, n. 4521, e tuttora in vigore, pur con varie modifiche ed aggiornamenti.

Nonostante la dura opposizione dell'arcivescovo Alessandro Angeloni, l'ente venne dichiarato istituzione laica, soggetta esclusivamente all'autorità civile e retta da un consiglio di dodici cittadini presieduto dal sindaco della città [18].

 


 

[1] F. Ugolini, Storia dei Conti e Duchi di Urbino, II, Firenze, Grazzini 1859, p. 271: «La repubblica di Venezia memore dei servizi a lei prestati dal padre (Francesco Maria I della Rovere) volle anche Guidubaldo agli stipendi suoi e ne formò la condotta nel 1546 col titolo, però, di Governatore delle armi venete e non di Capitano generale, come era il padre ... ci furono allegrie, nell'anno seguente gli morì la moglie Giulia Varano a Fossombrone il 18 febbraio 1547 ma l'allegrezza provata per ciò dalla corte e dai popoli fu controbilanciata ...». In realtà, queste «allegrie» dovevano rappresentare una buona occasione per distruggere registri particolarmente sgraditi ai contribuenti urbinati. Nel gennaio 1558, in previsione del prossimo parto della duchessa, il duca Guidubaldo II cercò di prevenire incidenti del genere ordinando al Luogotenente di Urbino di «mettere in salvo nel monastero di Santa Chiara tutte quelle [scritture] che vi parranno di importanza e che siano a pericolo, specialmente quelle delli Malefitij, e de danni dati secondo il solito». La lettera, conservata in A.s.u., Cancelleria civile e criminale, Carteggio, anno 1558, è pubblicata in L. moranti, Note sulle meretrici nella Urbino dei secoli XV-XVll, «Proposte e ricerche», 24, 1990, p. 96, doc. 8.

[2]  A.C.M., Libri delle Risoluzioni Consiliari, I (1551-1580), e. 3v. Il documento è trascritto anche dal LIGI, La Cappella ..., p. 26

[3]  a.c.m., Libri delle Risoluzioni Consilari, I (1551-1580), e. 29r-v.

13   Si veda a questo proposito una lettera del 10 gennaio 1557 trascritta dal ligi, La Cappella..., p. 74 sg., doc. V (a.c.m., Libri delle Risoluzioni Consiliari, I (1551-1580), e. 30v) ed un'altra, del 9 gennaio 1551, con cui il duca, pur esonerando dall'incarico di massaro Giovanni Battista Baldi, per il futuro comminava delle pene a chi non accettasse gli incarichi, pubblicata ibidem, p. 42 sg., doc. Ili (a.c.m., Libri delle Risoluzioni Consiliari, I (1551-1580), e. 2r). Anche la duchessa Vittoria Farnese esprimeva il suo parere sulla scelta dei Consiglieri, come prova una sua lettera trascritta nel verbale del consiglio tenuto il 13 marzo 1561 (a.c.m., Libri delle Risoluzioni Consiliari, I (1551-1580), e. 56r) pubblicata ibidem, p. 78, doc. XII.

[4] Numerose lettere ducali riguardanti questo argomento sono pubblicate dal ligi, La Cappella ....

[5] Si veda a questo proposito una lettera del 10 gennaio 1557 trascritta dal ligi, La Cappella..., p. 74 sg., doc. V (a.c.m., Libri delle Risoluzioni Consiliari, I (1551-1580), e. 30v) ed un'altra, del 9 gennaio 1551, con cui il duca, pur esonerando dall'incarico di massaro Giovanni Battista Baldi, per il futuro comminava delle pene a chi non accettasse gli incarichi, pubblicata ibidem, p. 42 sg., doc. Ili (a.c.m., Libri delle Risoluzioni Consiliari, I (1551-1580), e. 2r). Anche la duchessa Vittoria Farnese esprimeva il suo parere sulla scelta dei Consiglieri, come prova una sua lettera trascritta nel verbale del consiglio tenuto il 13 marzo 1561 (a.c.m., Libri delle Risoluzioni Consiliari, I (1551-1580), e. 56r) pubblicata ibidem, p. 78, doc. XII.

[6]  II duca non rinunciava alle sue prerogative neppure quando si trovava lontano da Urbino; con una lettera del 21 gennaio 1561 scritta da Roma, dove probabilmente si era recato per ricevere l'insegna di Cavaliere della Milizia Aurata, concessagli dal pontefice Pio IV, proibisce tassativamente qualunque spesa non ordinaria o, comunque, non autorizzata: a.c.m., Libri delle Risoluzioni Consiliari, I (1551-1580), e. 55r, consiglio del 29 gennaio 1561. La lettera è trascritta dal ligi, La Cappella ..., p. 77 sg. doc. XI.

[7] a.c.m., Libri delle Risoluzioni Consiliari, I (1551-1580), e. 35r.

[8] a.c.m., Libri delle Risoluzioni Consiliari, I (1551-1580), e. 34r.

[9] L'ipotesi si basa sull'affermazione contenuta nella lettera dei consiglieri della Cappella inviata a Francesco Maria II assieme al testo degli statuti: doc. 3.

[10] II ligi, La Cappella ..., p. 32, afferma che «L'originale dei sopradescritti capitoli trovasi nell'Archivio governativo di Pesaro, colà spedito al Duca dal Luogotenente di Urbino. Nel 1713, essendo Legato della Provincia il Card. Tanara, ne fu estratta copia autentica esistente nella segreteria dell'Arcivescovado. Così pure i Capitoli sono riportati per esteso nel libro della visita pastorale di Monsignor Marelli del 1791 (sic).» Ma, come è naturale, essi sono conservati in a.c.m., tit. I, busta 1, n. 8. Per la trascrizione integrale del testo, riportato di seguito come documento n. 3, ci siamo fondati sulla copia reperita in B.u.u., Fondo del Comune, Ms. 61.

[11] a.c.m., Libri delle Risoluzioni Consiliari, I (1551-1580), e. 136r.

[12] a.c.m., Libri delle Risoluzioni Consiliari, II (1581-1599), ce. 28v-20r.

[13]  Mi riferisco al fascicolo che reca la dicitura: Processo fatto contro un decreto di Monsignor Vescovo d'Urbino, che pretendeva dalla Capella un adempimento di Messe che si facevano celebrare per divozione, sopra di che si fece ricorso direttamente al Papa per ordine del Serenissimo Signor Duca. A.C.M., tit. II, busta 16, fase. IV, ce. 146r-167r.

[14] Una lunga relazione sulla vicenda si può reperire in a.c.m., Libri delle Risoluzioni Consiliari, II (1581-1599), ce. 29r-34v, consiglio del 23 ottobre 1583.

[15]  B.u.u., Fondo del Comune, Ms. 61, Ex actis S. Visitationis R.P.D. Thomae Mariae Marelli Archiep. Urbinaten. De societate Capellae SS. Sacramenti, ce. 52v-53r. Segue la trascrizione dei capitoli emanati da Francesco Maria II, doc. 3.

[16] b.u.u., Fondo del Comune, Ms. 61, e. 64v.

[17] Gli atti della amministrazione del Delegato straordinario sono consultabili in A.C.M., tit. I, busta 16.

[18]  Le vicende che portarono alla formazione di questo ultimo statuto sono illustrate con più ampi particolari da j. parenti, Un quinquennio ..., p. 10 sg. Un memoriale di protesta dell'arcivescovo, con allegati tre opuscoli a stampa, è conservato in A.C.M., tit. I, busta 16, fase. IV.