Finalità ed obblighi

 

La Società del Corpo di Cristo fu fondata per incentivare e celebrare solennemente il culto del SS. Sacramento: l'impegno fondamentale, cui tutti gli associati erano tenuti a partecipare, consisteva nel celebrare in suo onore una messa solenne ogni primo giovedì del mese, poi spostata alla prima domenica.

Ma occorre ricordare subito che fra le varie forme adottate dalla Cappella per incentivare e rendere più solenne il culto del SS. Sacramento, quella più caratteristica fu certamente di coltivare il canto e la musica sacra in relazione alle funzioni che si svolgevano nella Metropolitana.

Il canonico Bramante Ligi stabilisce una stretta connessione fra le origini dell'istituto e le più antiche testimonianze urbinati di canto liturgico [1]; gli stessi duchi avrebbero sostenuto e favorito la Cappella proprio in quanto ente da loro deputato a potenziare l'attività musicale, adeguandola ai raffinati gusti della corte: questa la tesi che emerge dalle pagine iniziali del volume del Ligi.

In realtà, sia i capitoli approvati nel 1583 che quelli precedenti non fanno mai riferimento a questa attività dell'istituto; si limitano a prescrivere la celebrazione di messe o altre funzioni arricchite dal canto, ma non citano affatto un organico musicale; d'altro canto, è sufficiente scorrere i numerosi documenti citati dal Ligi per rendersi conto della sollecitudine con cui i duchi consigliavano, od ordinavano, l'assunzione di musici e cantori, preoccupandosi anche del loro pagamento [2]. A confermare che, almeno inizialmente, la Cappella pagava alcuni musici o cantori che prestavano il loro servizio presso la Cattedrale, vorrei aggiungere un documento a quelli citati dal Ligi, e precisamente una lettera di Francesco Maria II che mi sembra molto interessante:

Luogotenente, il Maestro di Capella di cotesta città ha fatto sapere di ricevere qualche aggravio nel servitio che fa, come da lui medesimo potete intendere, pretendendosi da alcuni che li Bassi, et Soprani et altre voci sottoposte a lui, possino andare a cantare dove sono invitati senza licenza sua, cosa che dice esser insolita, et apportare pregiuditio alla Chiesa principale, dove son obligati servir prima, et all'offitio che sostiene lui di Maestro di Capella, che senza sua licenza non devono andar in luogo alcuno nel tempo del servitio dell'Arcivescovado. Però non manca-rete voi d'informarvi quanto prima di tutto quello ch'è sollito farsi in caso tale, volendo noi ch'el Maestro di Capella sia rispettato et obedito in tutto quel che conviene all'offitio suo, et si serva con lui il sollito che si fa con altri. E perché dal medesimo ci viene fatto anche intendere ch'el canonico Martinelli [3] è provisionato dalla Capella per uno de' Musici con venti scudi l'anno di provisione, et che solo non serve, ma quando il Maestro di Capella gli fa dire che vadi a cantare, dice che non ha che fare seco, et patì perciò il servitio della Chiesa; non mancarete di parlare subito alli Consiglieri della Capella per intendere come stia questo fatto, et per // farci la provisione di desse, non convenendo dar provisione a chi non serve, et potrete parlarne anco al medesimo Martinello per intendere quel che dice, per farci poi quanto prima piena relatione. Di Casteldurante il primo di luglio 1602 [4].

 

In ogni caso, ci occuperemo qui di seguito di alcuni obblighi statutari, in larga parte imposti dalla donazione di Guidubaldo da Montefeltro.

In primo luogo, il duca aveva disposto, «ut augeatur cultus di-vinus et numerus deserventium in dieta ecclesia», la nomina di due cappellani, i quali «teneantur quotidie per se vel per alios celebrare Missam ad dictum Altarem Corporis Christi prò anima Illustrissimi Domini Ducis donatoris et deservire in Choro in Missis, Vesperis et aliis horis cantatis». Questo obbligo creò alcune difficoltà agli amministratori della Cappella, perché non sempre i cappellani adempivano con la dovuta attenzione il loro incarico. Nel consiglio del 3 ottobre 1560, fu necessario intervenire duramente per ristabilire un po' di disciplina:

Adì 3 ottobre 1560. Fu ordinato, stabilito e risoluto dagli infrascritti signori consiglieri et officiali di detta Capella cioè: (omissis) che si leghino li Capitoli di detta Capella, e così per me notaro infrascritto furono letti. Maxime vedendo il disordine et il defetto dei capellani che continuamente mancano in dir e cellebrar messe et in gl'altri loro offitij. Però fu stabilito per obviare a detti disordini e deffetti che il Vicario del Capitolo dei Signori Canonici tenga cura particolare de detti capellani che mancano del lor debito e offitio che son tenuti per i decreti e conventioni e obligationi fatte sì come in detti decreti, et tanto quanto mancano in dir e cellebrar messe, quanto anco mancano d'andar all'hore cantate currenti sì come sono tenuti, sì come retener anco cura dei signori canonici // (e. 52r) che mancano, acciò la chiesa ne venga servita si come è mente di Sua Eccellenza e loro adempiano e facciano il debito loro. Et che mancando de dir messa ogni dì caschino in pena di due bolognini per volta, et quando mancano d'esser presenti all'hore cantate, caschino in pena d'un bolognino per ciaschun'hora cantata, et li giorni di festa che si duplichino le dette pene per retenersi dal lor salario, applicandosi a detta Capella, et ciò se faccia intendere tal disordine a Sua Eccellenza et se adimandi la confermatione di tal ordine. Acciò per l'avenir sia continuamente osservato inviolabilmente. Et io Gabrielle notaro di detta Capella rogato e pregato da detti signori Consiglieri [5].

L'iniziativa fu ben gradita a Guidubaldo II, che subito provvide ad impartire le disposizioni necessarie a reprimere l'atteggiamento incurante dei cappellani [6]. Proprio per impedire simili irregolarità, che dovevano verificarsi di frequente, con una delibera del 18 maggio 1581 il numero dei cappellani fu portato a quattro in modo che potessero servire a settimane alterne [7], e tale fu confermato dal capitolo X degli statuti emanati nel 1583, che stabilisce per essi obblighi precisi e varie pene per le eventuali inadempienze.

La donazione di Guidubaldo imponeva inoltre alla Cappella di sostenere ogni anno, in occasione della ricorrenza della morte del donatore, la spesa per un solenne officio funebre «in quo adsint ad minus triginta Sacerdotes et Missae», obbligo confermato dagli statuti successivi. A questo officio Francesco Maria II aggiunse l'obbligo di celebrare una serie di funzioni solenni, specialmente in occasione della Settimana Santa, elencate dettagliatamente nel capitolo XIII degli statuti. Proprio a proposito della celebrazione di alcune messe, nel novembre 1583, cioè appena due mesi dopo l'approvazione degli statuti, il cattolicissimo duca reagì duramente contro l'arcivescovo urbinate Antonio Giannotti, come si è già detto.

Nel consiglio del 29 ottobre 1721, poi, la Cappella si assunse l'obbligo di celebrare una messa cantata ed altre messe piane nel giorno di San Clemente, in onore del corpo del santo, conservato nell'altare della Cappella del SS. Sacramento, e di Clemente XI che aveva donato la preziosa reliquia [8].

Fra gli obblighi della Cappella il capitolo XIII degli statuti elenca dettagliatamente anche una serie di «luminarie» da allestire in varie occasioni più o meno solenni. In particolare, essa era tenuta fin dal 1507 a provvedere alla «expensa cerae» necessaria a mantenere perennamente accese le «cinque Lampade solite» davanti all'altare del SS. Sacramento, che poi furono ridotte a tre nel consiglio del 17 dicembre 1599 [9].

Inoltre, collaborava con i confratelli del Corpus Domini nella pia incombenza di portare l'eucarestia ai poveri infermi; mentre quelli, infatti, erano tenuti ad accompagnare il Santissimo Sacramento, vestiti con la tradizionale cappa [10], la Cappella forniva le «otto torce di cera bianca» con i due lanternoni, nonché una piccola elemosina ai chierici intervenuti alla cerimonia.

Infine, Guidubaldo aveva disposto che il danaro eccedente fosse utilizzato «in honorem Corporis Christi et alios pios usus et cetera bona ipsius Societatis»; questa formula, espressamente citata negli statuti del 1581, fu interpretata come l'obbligo di fornire i paramenti necessari all'altare del SS. Sacramento, e di ornare adeguatamente la Cappella del Duomo ad esso dedicata, sede della Società.

La Cappella riconobbe come suo obbligo anche quello di erogare qualche elemosina ai poveri della città secondo il giudizio del Consiglio. Tradizionale era la„distribuzione dei pani in occasione del Natale e di altre festività; ma scorrendo i libri delle risoluzioni consiliari si trovano anche frequenti delibere che prendono in considerazione richieste avanzate da persone particolarmente bisognose: per esempio, nel consiglio del 4 febbraio 1563

... fu letta una poliza di Girolamo Tura dove adimandava qualche elemosina per potersi sostentare nella sua infermità. Per così fu ordinato ch'el Massaro gli dovesse dare fiorini venti. Inoltre fu raccomandato Mastro Durante vasaro nel Borgo del Monte, et detto che si ritrovava a malissimo partito et ch'essendo stato sempre huomo da bene se gli dovesse ordinare qualche elemosina, et fu risoluto che segli dovesse dare per amore d'Iddio un fiorino [11].

Nel corso dei secoli, come si è già accennato, l'attività musicale si sviluppò sempre più e, grazie anche alle buone disponibilità finanziarie, la Cappella si dedicò a sovvenzionare una serie di iniziative, come le scuole di musica e la Banda, su cui ci soffermeremo in seguito. Addirittura il nome fu mutato in quello di «Cappella Musicale del SS. Sacramento», e nell'articolo 1 dello statuto attuale, approvato nel 1854, pur essendo confermato l'interesse per la «nobiltà e decoro degli esercizi di culto», l'ente è esplicitamente definito «pubblica istituzione nel canto e nel suono». Di conseguenza il consiglio, soprattutto nel periodo fra la fine deH'800 e l'inizio del '900, si ritenne autorizzato a lasciar prevalere nel suo bilancio l'interesse per la musica di carattere meramente profano (contributi alla Banda Cittadina, all'allestimento di opere liriche, operette ecc.) a discapito della musica sacra. Questo mutato atteggiamento dell'ente diede naturalmente luogo a controversie e recriminazioni da parte di alcuni cittadini e, massime, del Reverendo Capitolo Metropolitano il quale, come tutore e promotore del culto divino della cattedrale, reclamava l'osservanza statutaria e quindi il ritorno agli scopi iniziali della istituzione. Proprio al fine di eliminare tali contestazioni, si decise di aggiornare lo Statuto nel 1924 [12].

 


 

[1]  A tale proposito egli cita due bolle, la prima emanata da Eugenio IV il 14 novembre 1439 e la seconda da Sisto IV il 9 febbraio 1482; esse disponevano che le rendite dei beni della soppressa abbazia di S. Vincenzo di Pietralata presso il Furio, aggregata al Capitolo di Urbino, servissero in larga misura al mantenimento di un gruppo di giovani cantori e Maestri di canto: ligi, La Cappella ..., pp. 6-23; il testo delle due bolle pontificie è riportato a pp. 18-21, docc. Ili e IV.

[2]  ligi, La Cappella ..., pp. 3-5, e pp. 46 sgg. Vorremmo aggiungere una testimonianza, non citata dal Ligi, che ben documenta l'atteggiamento di Guidubaldo II; quando, infatti, scelse come Basso un certo frate Agostino, pagandolo due scudi al mese, il duca si dimostrò particolarmente deciso: «et comandamo et ordinamo che si eseguisse et obedisse senza replica ... il quale frate cominciò a servire alli xxiii settembre 1563.» a.c.m., Libri delle Risoluzioni Consiliari, I (1551-1580), e. 74v, consiglio del 7 ottobre 1563.

[3]   Solo un anno prima il canonico Martinelli, allora governatore della Compagnia della Grotta, era stato denunciato al duca per il suo comportamento irregolare, se non scandaloso: moranti, Note sulle meretrici ..., p. 82.

[4] A.s.u., Cancelleria civile e criminale, Carteggio, 1602.

[5] 57  a.c.m., Libri delle Risoluzioni Consiliari, I (1551-1580), ce. 51v-52r.

[6]  ligi, La Cappella..., p. 76 sg. trascrive la lettera di risposta del duca (doc. LX) ed una sua lettera indirizzata ai canonici per sollecitare il necessario controllo (doc. X).

[7]  A.C.M., Libri delle Risoluzioni Consiliari, II (1581-1599), e. 6v.

[8] 60  a.c.m., Libri delle Risoluzioni Consiliari, VI (1712-1734), e. 69v.

[9] A.C.M., Libri delle Risoluzioni Consiliari, III (1599-1641), e. 9v.

[10]  Cfr. L. moranti, La Confraternita del Corpus Domini ..., pp. 40-42.

[11]  a.c.m., Libri delle Risoluzioni Consiliari, I (1551-1580), e. 69v.

 

[12]  Le modifiche furono compilate dall'avvocato Carlo Grappa, allora Segretario comunale, come si legge in una lettera della Sottoprefettura del 24 maggio 1924, con la quale si delibera una gratificazione di 200 lire per il lavoro fatto. A.C.M., tit. I, busta 19, fase. II.