Beni ed economia

 

L'economia della Cappella si fondò inizialmente sulle rendite di doni e lasciti: la più antica donazione, documentata dal primo mastrino, è della duchessa Elisabetta Gonzaga, che nel 1504 «dedit et donavit huic Sanctae Societati Corporis Domini nostri Jesu Christi unam petiam terrae olivatae et cultae postam in curte Castel Gaife» (e. 190). Da una registrazione del 1510 dello stesso mastrino apprendiamo anche di un «podere ditto el Pian della Cava in la curte de Canthiano qual donò la felice memoria del Duca Guido a la Capella del Corpo de Christo de la Chiesa Cathedrale de Urbino» (e. 82r). Non mancarono poi frequenti doni ed offerte in danaro da parte delle duchesse Elisabetta ed Eleonora Gonzaga.

L'esempio della famiglia ducale fu seguito da molti privati cittadini: nel suo testamento, redatto il 1 agosto 1510, Gentilesca, moglie di Giovanni Bei, nomina l'istituto erede universale dei suoi beni; l'anno succcessivo è la volta di Margherita Mangiotti [1], e l'elenco potrebbe continuare lunghissimo fino all'Ottocento. Le rendite dei beni e le donazioni in danaro liquido venivano poi investite nell'acquisto di fondi rustici o di altri beni immobili: risalgono ai primi anni del Cinquecento due pergamene che testimoniano proprio l'acquisto di due botteghe [2].

Ma la vita economica della Cappella ebbe un nuovo e decisivo impulso grazie alla munifica donazione di Guidubaldo da Monte-feltro che affidò all'istituto l'amministrazione di una delle maggiori e forse più antiche industrie del ducato. Nel 1507, infatti, il duca donò alla Compagnia una cartiera sita nel Castello di Fermignano con tutti gli edifici annessi e l'attrezzatura completa [3].

L'attività cartaria della Cappella meriterebbe uno studio a sé che mettesse a frutto l'abbondante documentazione conservata nell'archivio. Dell'argomento, comunque, si sono già occupati il Luzzatto e Teresa Damiani [4]: sarà sufficiente, in questa sede, fornire qualche breve notizia.

In primo luogo, occorre ricordare che la cartiera di Fermignano riceveva l'acqua da una chiusa sul fiume Metauro che serviva anche un grande mulino da grano rimasto di proprietà ducale. La ripartizione delle spese di manutenzione e di riparazione della chiusa diede motivo ad una serie di liti fra gli eredi dei duchi e gli altri proprietari, in cui fu coinvolta anche la Cappella [5].

Il dono ducale, già di per sé ricco, acquistava un valore ancora maggiore perché unito al diritto privativo di raccogliere stracci e di vendere carta in quasi tutto il ducato di Urbino, tranne che per i territori di Fossombrone e Gubbio. I successori di Guidubaldo non solo confermarono la donazione ed ampliarono i privilegi della Cappella estendendoli anche al territorio di Fossombrone, mantenendo tuttavia l'eccezione di Gubbio, ma presero anche numerosi provvedimenti per ribadire e far rispettare tali diritti [6]. Anche dopo la devoluzione del ducato alla Santa Sede, avvenuta nel 1631, i medesimi privilegi furono ribaditi di decennio in decennio dai pontefici, nonostante le proteste dei Passionei di Fossombrone e di altre comunità del ducato, fino a Clemente XI che, con la bolla del 28 febbraio 1703, li confermò in perpetuo [7]. Il 3 settembre 1724, in seguito alle proteste di alcune comunità, Benedetto XIII ribadì che i diritti di esclusiva della Cappella si estendendavano anche alla fiera di Senigallia ed al commercio della carta fabbricata fuori dallo stato di Urbino [8]. In definitiva, dunque, la Cappella conservò tutti i suoi privilegi fino al 1841, quando il governo pontificio stabilì una privativa generale per la raccolta degli stracci in tutto lo Stato Pontificio, e sostituì i diritti di cui la Cappella godeva per tutto lo stato di Urbino con una rendita annua di 600 scudi [9].

Agevolati da privilegi tanto saldamente ribaditi, gli amministratori della Cappella ritennero opportuno prendere in affitto un altro stabilimento dedito ad attività analoga, ma commercialmente danneggiato dal fatto di non possedere alcuna privativa.

L'esistenza di una seconda cartiera, detta dell'Acquasanta e situata nelle vicinanze di Fossombrone, era praticamente ignota alla storiografia locale;  in base  ai documenti conservati nell'archivio della Cappella, in particolare il certificato storico catastale (doc. 7), è possibile ora ricostruirne con precisione le vicende.

La cartiera dell'Acquasanta di proprietà della famiglia Passionei, fu presa dunque in affitto dalla Cappella il 1 luglio 1722 con un contratto rinnovabile ogni nove anni. E sebbene un disastroso incendio avesse devastato lo stabilimento nel 1760 [10], esso doveva garantire buoni guadagni; tanto è vero che il 19 maggio 1796 gli amministratori della Cappella accettarono di stipulare un contratto di affitto perpetuo con l'erede di monsignor Benedetto Passionei, sebbene questi avesse richiesto un aumento del canone (doc. 6).

La cartiera di Fermignano, come più tardi quella dell'Acquasanta, non era gestita direttamente, ma subaffittata con regolare contratto. I rapporti con i conduttori, che naturalmente cercavano di ricavare il maggiore profitto possibile dagli stabilimenti loro affidati, furono spesso burrascosi: nel 1552 Guidubaldo II inflisse una multa di ben 500 scudi a Marcantonio Brunetti, reo di vendere fuori dal ducato i cenci di migliore qualità invece di utilizzarli nella cartiera di Fermignano; nel 1579 fu necessario l'intervento di Francesco Maria II per imporre a Marchionne Caccialepri da Fermignano il pagamento del canone d'affitto [11]. Ed i conflitti continuarono nei secoli fino all'annosa vertenza giudiziaria sostenuta contro Giambattista Corradi, affittuario delle cartiere fra la fine del Settecento e l'inizio dell'Ottocento.

Con il procedere degli anni, per diverse ragioni, diminurono i profitti; in particolare, attorno alla metà dell'Ottocento, la rivoluzione tecnologica intervenuta nella produzione della carta rese necessaria una serie di costose innovazioni, senza le quali non era più possibile reggere la concorrenza con altri stabilimenti. Di conseguenza, nel 1862, il Consiglio di amministrazione stabilì di abbandonare la cartiera dell'Acquasanta. Dopo amichevoli trattative con i proprietari si convenne di sciogliere il contratto di affitto perpetuo in cambio, da parte della Cappella, di un'ammenda di 500 scudi Romani; i proprietari, da parte loro, si impegnarono per sé e per i .propri successori a non usare in perpetuo il locale come cartiera o per la lavorazione di carte e cartoni [12], clausula concordata evidentemente per salvaguardare la cartiera di Fermignano (doc. 7). Tutta l'attrezzatura per la lavorazione della carta restò di proprietà della Cappella e fu trasferita nella cartiera di Fermignano [13].

Anche quest'ultima, del resto, non versava in condizioni molto migliori: l'amministrazione non solo non disponeva dei fondi necessari a rinnovare l'attrezzatura che, ormai invecchiata, non poteva più reggere la concorrenza di altre cartiere, ma non aveva neppure la possibilità di risanare le strutture murarie, ormai malandate ed addirittura pericolanti. Così, appena un decennio più tardi, nel 1871, il consiglio di Reggenza decise di vendere la cartiera di Fermignano, con tutti gli stabili e le attrezzature connesse, ai principi Albani per la somma di lire 22.000, investita poi nell'acquisto di fondi rustici (doc. 8) [14].

La produzione cartaria non fu l'unica attività industriale, per così dire, in cui si impegnò la Cappella del SS. Sacramento: il 15 novembre 1725, infatti, il consiglio di Reggenza deliberò di istituire una nuova tipografia, denominata appunto Stamperia della Venerabile Cappella del SS. Sacramento, in sostituzione di quella già esistente in Urbino, ormai decaduta ed invecchiata [15].

Patrono del progetto fu il Cardinal Annibale Albani, che intendeva realizzare un desiderio dello zio, il pontefice Clemente XI. Nella realizzazione dell'impresa il Cardinale di San Clemente gareggiò in munificenza con il primo benefattore, Guidubaldo da Montefeltro: la tipografia infatti fu fornita con ampiezza di mezzi non solo di splendidi rami incisi, ma addirittura di una getteria; inoltre, i libri stampati in Urbino erano esentati da qualunque gabella entro lo stato pontificio.

Condizioni tanto favorevoli contribuirono ad attirare in Urbino tipografi di grande prestigio come Antonio Fantauzzi, Girolamo Mainardi, Giovanni Guerrini, che qui furono in grado di produrre edizioni eleganti e di gran lusso.

Ancora all'inizio deU'800 Vincenzo Guerrini approntò molte belle edizioni, per lo più liturgiche, utilizzando i rami di proprietà della Cappella; ma poi le sorti della celebre tipografia andarono via via declinando nel quadro della generale crisi dell'economia urbinate. Dopo la morte di Vincenzo Guerrini, nel 1840, la tipografia venne data in affitto ai tipografi Luigi Alippi e Giuseppe Rondini; poi, nel 1864, a Savino Rocchetti e Giovanni Ricci; successivamente a Elpidio Righi, a Melchiorre Arduini, finché nel 1915 passò definitivamente nelle mani di privati e fu acquistata da Giuseppe Foschi. Naturalmente l'acquisto riguardava solo il materiale tipografico di uso corrente, una parte del quale (come matrici, punzoni, fregi), recentemente recuperata presso gli eredi del tipografo Foschi dal professor Pietro Sanchini, é stata esposta nel febbraio 1980 in una interessante mostra [16] ed in seguito donata alla Cappella. I rami settecenteschi, invece, rimasero di proprietà della Cappella, presso il cui archivio sono tuttora conservati.

Nonostante tutte queste attività, e la protezione prima dei duchi poi degli Albani, spesso l'economia della Cappella attraversò momenti non felici. In particolare, nel 1799 si accarezzò addirittura il progetto di incamerare i beni della Confraternita del Corpus Domini, ricca di numerosi possedimenti fondiari a reddito costante; ma l'opposizione dei confratelli del Corpus Domini vanificò ogni tentativo [17].


 

[1]  A.C.M., tit. II, busta 3, fase. Ili, ce. 403-407; 408-411.

[2] A.C.M., tit. I, busta 1, pergamene nn. 9 e 10.

[3] a.c.m., tit. I, busta 1, pergamena n. 1. La donazione, del 7 agosto 1507, è un atto del notaio Nicolò di Simone Sansoni; esso è trascritto dal ligi, La Cappella ..., p. 27 sg., doc. I.

[4] G. luzzatto, Un'antica cartiera dei Montefeltro a Fermignano, «Atti e Memorie della R. Deputazione di storia patria per le Marche», I, 1904, fase. I, pp. 88-93; T. Damiani, La cartiera di Fermignano e l'industria della carta nel Ducato e nella Legazione di Urbino, «Studi Urbinati B/l», LV, 1981/82, pp. 49-77.

[5]  L'opuscolo Informazioni di fatto per la Venerabile Cappella del SS. Sacramento della Metropolitana di Urbino, Urbino, Stamperia della Ven. Cappella del SS. Sacramento, 1775, conserva le riflessioni dei legali della Cappella tese a dissociarla dalla partecipazione alle spese sostenute per vari lavori di bonifica. Il fascicolo, abbastanza raro, è interessante perché fa tutta la storia documentata dei beni ducali a Fermignano e delle donazioni fatte alla Cappella del SS. Sacramento, con allegato anche un grafico della cartiera e dei molini dislocati lungo il fiume Metauro.

[6]  Le conferme ducali, conservate in A.C.M., tit. II, busta 17, fase. 1, si succedono secondo questo ordine: Francesco Maria I della Rovere, 20 aprile 1509; Guidubaldo II della Rovere, 9 aprile 1549; Francesco Maria II della Rovere, 7 febbraio 1582. Altri provvedimenti a tutela delle privative della Cappella sono citati da T. Damiani, La cartiera ..., che prende in esame anche gli statuti di varie città del ducato.

[7] Urbano VTH, 3 aprile 1632 e 1642; Innocenzo X, 1652; Alessandro VII, 21 settembre 1662; Clemente X, 1672; Innocenzo XI, 25 febbraio 1682; Innocenzo XII, 16 aprile 1692; Clemente XI, 28 febbraio 1703.

[8] a.c.m., tit. I, busta 1, pergamena n. 7.

[9]   ligi, La Cappella ..., p. 26

[10]   Su tale incendio si vedano varie relazioni in a.c.m., tit. II, busta 13, fase. Ili, ce. 474-478 e tit. Il, busta 11, fase. VI, ce. 91-109. Proprio da un memoriale sull'incendio si apprende che la Cappella del SS. Sacramento iniziò a prendere in affitto la cartiera dell'Acquasanta nel 1722, A.C.M., tit. II, busta 11, fase. VI, e. 105r, notizia confermata da un altro memoriale compilato dagli eredi Passionei: tit. II, busta 17, fase. V, ce. 65-66.

[11]  DAMIANI, La cartiera ..., pp. 64 e 69.

[12]  L'atto di scioglimento dell'affitto perpetuo della cartiera dell'Acquasanta è conservato in a.c.m., tit. II, busta 2, fase. IV, ce. 202-207; cfr. anche doc. 7.

 

[13]  L'inventario di tutto il materiale trasferito a Fermignano e consegnato il 21 maggio 1862 al custode di quella cartiera, Crescentino Ceccarelli, si trova in a.c.m., tit. II, busta 2, fase. V, ce. 305-308.

[14]  parenti, Un quinquennio ..., p. 12.

[15]  L. MORANTI, L'arte tipografica in Urbino (1493-1800). Con appendice di documenti e annali, Firenze, L. Olschki 1967 (Biblioteca di bibliografia italiana, 49), pp. 66 sgg.

[16] 51   La tipografia: mestiere o arte? Presentazione di documenti e reperti di un recente passato. La locandina della mostra è stata stampata in proprio del professor Sanchini in Urbino nella sua Bottega d'incisione di via Lavaggine, n. 26.

[17] 52  L. morantt, La Confraternita del Corpus Domini ..., p. 53 sg. A.c.M., Libri delle Risoluzioni Consiliari, Vili (1769-1803), ce. 147v, 150r, consigli del 25 luglio e 26 agosto 1799; p. 304, consiglio del 3 marzo 1801.